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20-marzo-2026
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Il lusso gratuitista

L’impotenza e lo sconforto che attraversano la nostra epoca sono così radicati e diffusi da farci prevedere che il primo governo della storia repubblicana a completare un’intera legislatura sarà proprio l’attuale esecutivo guidato dalla Meloni. Dopodiché, per inerzia di un realismo capitalista privo di alternative, ne seguirà verosimilmente un secondo – un po’ come accaduto con Trump: un’occasione per forzare un colpo di mano e, una volta conquistata la presidenza della Repubblica, decretare la trasformazione definitiva della nostra liberal-democrazia in un regime autoritario liberal-fascista, sul modello di quanto fece, esattamente un secolo fa, l’antenato politico della Presidente.

Di fronte a questa cancellazione del futuro, al culmine dell’egemonia globale delle destre contemporanee, dov’è la sinistra? Che fine ha fatto? Che cosa è diventata? Ha ragione Fisher quando la paragona a un sinistro castello di vampiri, intrappolata nei suoi automatismi mentre fuori avanza indisturbato il capitalismo. Il problema della sinistra, da quarant’anni a questa parte, è l’aver smarrito il progetto per cui esiste e lotta. Che lo si chiami comunismo, gratuitismo, sol dell'avvenire o mondo nuovo, ha perso quell’immaginario propulsivo che un tempo animava gli spiriti e si diffondeva, come uno spettro infestante, in ogni angolo del globo.

La sinistra è attanagliata dalla rassegnazione di cui il capitalismo si nutre come linfa che dà vita al suo realismo. Eppure, viviamo nell'epoca più abbondante e tecnologicamente avanzata della storia umana. La produzione di beni materiali è ormai dominata da robot e sistemi automatizzati che assemblano, controllano e riparano senza intervento umano; l’intelligenza artificiale scrive codice, risolve questioni legali e rimpiazza intere categorie di lavoro cognitivo. L'energia pulita potrebbe fornire elettricità illimitata a costo quasi nullo, mentre le tecnologie esistenti permetterebbero di realizzare un sistema di trasporto pubblico automatizzato in grado di superare definitivamente l'era dell'automobile privata. Perché la sinistra ignora tutto questo potenziale tecnologico?

Le conquiste tecniche raggiunte dall’umanità sono sconfinate, ma restano prigioniere di un immaginario che non osa emanciparsi dall’orizzonte capitalista. Il compito che dovrebbe porsi la sinistra è comprendere che  il progresso scientifico e materiale finora raggiunto dalla nostra specie potrebbe consentirci un autentico salto evolutivo sul piano sociale: costruire una società postlavorista in cui il lavoro cessi di essere un imperativo biologico, un'attività obbligatoria quotidiana, per aprire le porte a un nuovo modello di vita basato sull'abbondanza di tempo libero. Vogliamo essere schiette su questo: chiunque deve riconoscere che mai come oggi le condizioni materiali appaiono mature per articolare un progetto prometeico di sinistra capace di ribaltare l'egemonia culturale delle destre contemporanee.

L'immaginario della sinistra deve essere rifondato. Tuttavia, occorre considerare che il capitalismo, come ogni ideologia o religione, è innanzitutto linguaggio. E noi non dobbiamo sottovalutare l'efficacia dei dispositivi semiotici al suo servizio: il realismo capitalista si configura infatti come un intricato sistema di credenze profonde che modella la nostra percezione del mondo, incasellandolo in precisi schemi di significato. In questo processo, parole e immagini si fondono, diventando i fili invisibili che tessono l'ordine egemonico.

Se il linguaggio è il piano dell’ideologia, è proprio nei simboli e nei miti del capitalismo che bisogna colpire. E il più potente di questi è l’idea stessa di abbondanza: il capitalismo costruisce il suo potere sull'immaginario dell'abbondanza. Il lusso rappresenta il paradiso promesso dalla sua teologia mercantile - un eden libidinale privatizzato, premio riservato ai devoti del dio-mercato. Questa associazione semantica è il cuore del realismo capitalista: se qui, nel capitalismo, regna l'opulenza, allora altrove non può esistere che miseria e scarsità. "Non ci sono alternative" diventa così la profezia autoavverante che tiene in piedi la religione del capitale: anche se può fare schifo, il capitalismo rimane l’alternativa più libidinale fra tutte, a meno che non si voglia tornare a zappare o vivere in una crudele dittatura tecnocratica. È su questo che si fonda l’inevitabilità del capitalismo.

Ed è proprio qui, in questo monopolio che il capitalismo ha su tutto ciò che è considerato desiderabile, che la sinistra può inserirsi come un cuneo semiotico, scardinando l'architettura linguistica che sostiene la religione capitalista. Appropriarsi del concetto di abbondanza — del lusso — strappandolo all'ideologia dominante per farne un progetto collettivo, significa aprire una breccia nell'apparente ineluttabilità del presente. Del resto chiediamoci: se il capitalismo è davvero il regno del lusso, dov’è questa abbondanza? Per tutte noi la vita quotidiana si riproduce in un costante pagare la spesa, le bollette, l’affitto, il treno, la benzina, i farmaci. Una vita passata a lavorare per pagare ciò che ci serve per campare. È forse abbondanza questa? L'accelerazionismo di sinistra si rivela così l'arma necessaria per sovvertire l'illusione capitalista: il compito della sinistra oggi è reclamare il lusso comunista, l'unica vera abbondanza possibile ed universalmente desiderabile.

Questa è chiaramente una strategia di sussunzione: si tratta di strappare concetti tradizionalmente del nemico per riassemblarli (repurposing) come dispositivi rivoluzionari contro lo stesso sistema che li ha generati. Il lusso è reazionario? L'automazione è una minaccia? Il denaro è corruzione? Ebbene, la sinistra deve rivendicare con orgoglio: comunismo di lusso, piena automazione, reddito universale. Sussumere significa operare dall'interno, esacerbando le contraddizioni che il capitalismo stesso non può risolvere. Significa essere il virus nel sistema semiotico del nemico. Un parassita che si nutre delle stesse energie del suo ospite, cresce nelle sue viscere e, infine, lo squarcia dall'interno—come uno xenomorfo che esplode dal petto della sua vittima, rivelando la fine di un'era e l'inizio di un nuovo ordine.

Per chi non è quotidianamente immersa nel pensiero accelerazionista, può forse sembrare sproporzionata l’enfasi posta sulla strategia di sussumere lo spazio semantico del lusso. Eppure le potenzialità di questa operazione affondano le radici, ancora una volta, nel potere trasformativo dell’immaginazione, come ci ha insegnato Mark Fisher. Del resto, siamo in grado di dire come sia questo lusso comunista? È una domanda che poniamo con serietà. Com’è vivere nel comunismo di lusso? Siamo in grado di immaginare questo gioco di parole? Di visualizzarlo? Di descriverlo fino al punto da disegnarlo, progettarlo, muoverci verso di esso? Questo è il tema che la sinistra del nostro tempo deve porsi: il tema dell’immaginazione di alternative al capitalismo. L’immaginazione è un muscolo, e nella nostra epoca questo muscolo è atrofizzato e sedato dalle strutture invisibili del realismo capitalista che operano in noi come credenze sedimentate, modellando inconsciamente il nostro sguardo sul mondo. Mark Fisher e Judy Thorne, nella loro "Conversazione sul comunismo di lusso”, ci invitano a non arretrare di fronte alla sfida di immaginarlo, a prendere la questione con responsabilità, e suggeriscono alcune strategie per immergersi nel cortocircuito di questa espressione paradossale. «L’accostamento dei termini “lusso” e “comunismo”», sostengono, «non ha senso». Lo scontro di due termini così antitetici, così opposti e lontani, infatti, genera un effetto semantico del tutto peculiare: il risultato non è la somma dei concetti originari, bensì la loro reciproca negazione.

Cosa significa? Che il comunismo di lusso non equivale al "lusso per tutte" in senso capitalista. Piuttosto, questo cortocircuito linguistico dissolve entrambi i termini: non è più né comunismo né lusso nel senso tradizionale. Dimenticate le vostre associazioni mentali predefinite - siano gli yacht dei miliardari o l'architettura brutalista, i Rolex d'oro o le uniformi di Pyongyang, Enrico Berlinguer o i resort con piscine a sfioro. Il vero lusso comunista consiste nell'abolizione di questi simboli: è un'operazione che crea deliberatamente un buco di significato, uno spazio vuoto dove far germogliare un'immaginazione radicalmente nuova.

Nel vuoto di significato generato da questo cortocircuito semantico, com’è fatto il lusso comunista? Quali forme assume? Per comprenderlo, occorre smantellare uno dei pilastri fondamentali del realismo capitalista: il ricatto del prezzo. Nel capitalismo, siamo abituate al fatto che tutto abbia un costo; la sua promessa di abbondanza è sempre condizionata al versamento di un tributo. Il prezzo, riprendendo un concetto di Alex Williams e Nick Srnicek, opera come un «ideale trascendente» che colonizza ogni aspetto dell'esistenza: dai parchi pubblici a una città come Venezia, fino ai diritti fondamentali come i farmaci o la casa. È attraverso il meccanismo del prezzo che il capitalismo produce artificialmente scarsità e riproduce il proprio dominio, arrivando a monetizzare persino la conoscenza – per sua natura gratuita – attraverso dispositivi come i brevetti.

Ecco allora che l'antico mito comunista dell'abolizione del denaro riacquista una bruciante attualità: spezzare il ricatto della moneta attraverso la gratuità. La gratuità è l’unica vera arma per liberare il desiderio dalle catene della necessità. In questo quadro, il lusso comunista assume le forme di lusso gratuitista: il diritto collettivo a godere dell’abbondanza senza prezzo. Senza dover più pagare alcun prezzo. È la gratuità elevata a sistema, a strumento di aggressione semantica contro le mitologie fondative della religione del capitale.

La gratuità costituisce il dispositivo di sussunzione del lusso, inteso come abbondanza comune senza prezzo e senza denaro. Si tratta di qualcosa che può essere concepito grazie alla sconfinata abbondanza prodotta dalla società umana del nostro tempo. Guardiamo all’essere umano, esso ha 6 grandi bisogni necessari: il bisogno di salute, della casa, del cibo, dell’energia domestica, di spostarsi e di cultura. La sinistra potrebbe oggi farsi avanti con la proposta di rinnovare il modello di welfare state proponendo la totale gratuità di questi grandi bisogni comuni. Nell’era ormai raggiunta della piena automazione, potrebbe farsi avanti con la proposta ambiziosa di un reddito universale, reso incondizionatamente a tutte come diritto a un dividendo sociale dell’ampia abbondanza comune.

Sono questioni che chiediamo che la sinistra si ponga con profonda responsabilità, e che ci offrono finalmente un’opportunità di rivalsa contro l’imperare senza limiti delle destre contemporanee. La gratuità si presenta a noi oggi come quell’ideale trascendente in grado di risvegliare l’ambizione della sinistra a cambiare il mondo. Un dispositivo semantico populista di una sinistra che non chiede sacrifici, ma promette piacere. Non elemosina, ma egemonia libidinale: far desiderare un mondo senza prezzo, dove il welfare è soltanto l’inizio della riconquista dello spazio sociale. “Gratis” è la scintilla che trasforma il sol dell'avvenire in un’ossessione collettiva, fino a rendere inconcepibile la monetizzazione dei bisogni fondamentali. Quando il "gratis" diventerà orizzonte condiviso, il nostro sogno di un futuro di vita bella in comune diventerà l'unica alternativa possibile.
 

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