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La cura è lo spazio di produzione del desiderio
Il desiderio non è mancanza, come diceva Lacan. È flusso, movimento, produzione, alla Deleuze. Non qualcosa che possediamo, ma qualcosa che siamo, per dirla alla Erich Fromm. In senso spinoziano, ogni corpo tende ad accrescere la propria potenza di esistere; è un tutto desiderante, perché tutto è libidine che si dispiega tramite forze, affetti, intensità.
Ma il desiderio non è ordinato. È anarchico, nomade, schizofrenico, dice Deleuze. Si muove, devia, eccede, rompe le forme che tentano di contenerlo. Anche quando lo rinchiudiamo dentro le strutture della coppia, della famiglia, del lavoro o della proprietà, esso continua a premere contro i bordi. Il desiderio non obbedisce mai.
E proprio per questo può ferire.
Nelle relazioni i desideri si scontrano. Ci abbandoniamo, tradiamo, ci offendiamo, consumiamo l’altra persona come strumento del nostro godimento. Scambiamo la libertà per incuria, perseguiamo il nostro desiderio senza curarci dell’altrə. È qui che nascono le norme: monogamia, giudizio, tradizione, divieto. Sono recinti costruiti per impedire al desiderio di diventare devastazione. Ma ogni recinto protegge e reprime insieme. Blocca il flusso, sedentarizzandolo. Nel linguaggio deleuziano: lo territorializza.
La questione allora non è scegliere tra norma e caos. È trovare ciò che può liberare il desiderio senza consegnarlo alla repressione o al dolore.
Questo spazio è la cura.
La cura è la cornice entro cui il desiderio può fluire senza distruggere. Non è il suo limite morale, ma la sua condizione materiale. Se la norma dice “non devi”, la cura chiede: “che cosa serve per stare bene?”. Se la norma impone confini, la cura costruisce le condizioni affinché il desiderio possa prodursi senza inibire la potenza spinoziana di ognunə. Desideri che danzano insieme, fluendo avendo cura di non urtarsi, senza scontrarsi. Se la norma trattiene, la cura accompagna, con calma e lentezza.
Il nostro progetto politico è la liberazione universale del desiderio: è il “paradiso libidinale” iperstizionato nella corrente di pensiero chiamata Accelerazionismo Gratuitista (gr/acc), ma questo non è possibile senza la cura. Perché solo nella cura possiamo godere senza ferirci, perseguire desideri senza sfruttare, conquistare stabilità senza essere imprigionatз. La cura è lo spazio di produzione del desiderio: desiderio che si moltiplica e dispiega, per chiunque, senza lasciare nessunə indietro.
Per questo una società della cura è necessariamente gratuitista. Se curare significa volere che l’altrə, e io con l’altrə, stiamo bene, allora ciò che serve a stare bene non può avere un prezzo. Casa, cibo, salute, energia, trasporto, cultura: nessuna vita dovrebbe comprarne il diritto. Il capitalismo cattura il desiderio subordinandolo alla moneta. La cura lo libera rendendo gratuite le condizioni della sua esistenza.
Non dobbiamo dimenticare che siamo mammiferi, non macchine.
Siamo cuccioli che amano sbrofonchiarsi i musetti, tirarsi le zampate, giocare, addormentarsi fra le coccole di chi amiamo. Amare è prendersi cura, assicurarsi che ogni essere vivente possa realizzare se stessə senza limiti, se non quelli di una cura universale che riconosce il desiderio come diritto collettivo: il diritto incondizionato per chiunque, animali non umani compresi, a stare bene. A vivere una vita bella.
È questo il principio cardine di ciò che è stato definito “diritto alla mammiferanza”: il riconoscimento che una società realmente libera è possibile solo tramite un processo di “accelerazione con lentezza”, come afferma il Cute Accelerationism (c/acc): fare un passo avanti nell’evoluzione sociale significa ritornare alle nostre primigenie funzioni di condivisione, solidarietà, assistenza reciproca, ascolto attivo, capacità di sentire l’empatia che universalmente ci lega a tutto ciò che sta oltre i confini di un desiderio intrappolato entro le cornici di uno sterile e doloroso individualismo.
Articolo 1: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla cura.
Sarà questo l’articolo della Costituzione che farà da fondamento alla società della cura che intendiamo costruire. Significa trasformare il lavoro nell’atto di prendersi cura: del corpo, degli oggetti, delle relazioni, degli animali, delle piante, delle città, delle parole che scegliamo. Di noi stessз e della comunità che abitiamo. Niente più usa e getta. Non le cose, non le persone, non gli amori, non il mondo. La cura è lo strumento che dissolve il dominio patriarcale, il razzismo, la gerarchia, perché nessuna relazione fondata sulla cura può tollerare oppressione, paura o sfruttamento.
Nella società della cura tutto diventa libidinale: riparare un vestito, preparare il pane, ascoltare una persona, costruire una casa, pulire una spiaggia, piangere in pubblico senza vergogna, vestirsi senza giudizio, donare senza chiedere un prezzo in cambio. Non perché tutto diventi consumo del piacere, ma perché ogni gesto torna a essere pieno di senso.
La tesi è semplice: il desiderio può essere davvero libero solo quando nessunə è costretta a pagare per vivere. La società della cura è gratuitista perché dona gratuitamente le condizioni che dispiegano la potenza spinoziana. Non impone che la vita sia meritata, non chiede un prezzo, non pretende sacrifici. Garantisce che ogni desiderio possa finalmente espandersi.
Il gratuitismo, la società della cura, è l’orizzonte in cui il desiderio fluisce senza confini. Poiché l’unico confine entro cui il desiderio può deterritorializzarsi senza disgregarsi, senza rotture, senza ferite, è la cura. È la cura il recinto della massima produzione desiderante, ciò che Marx chiamava il Regno della Libertà: una vita comune in cui tutto è cura, e proprio per questo ogni desiderio può finalmente essere soddisfatto.