Questo processo è traumatico. Miliardi di persone vivono adattandosi a una violenza sistemica interiorizzata, sviluppando strategie di sopravvivenza che spesso coincidono con l’autodisciplina, la repressione emotiva e l’identificazione con i valori del sistema che le opprime. Le conseguenze di questo possono essere: depressione, ansia, alienazione, senso di colpa, paura della marginalità.
In questo senso, il capitalismo è anche un regime di oppressione spirituale. Combatterlo solo sul piano materiale, ignorando le ferite che ha inciso nei cuori e nelle menti delle persone, significa spingerle a loro insaputa, se non contro la loro volontà, verso una liberazione che non riuscirebbero realmente a comprendere. Come veterani traumatizzati che, dopo la fine di una guerra, desiderano nostalgicamente di tornare a combattere, perché ormai incapaci di vivere in tempi di pace.
Emerge dunque prepotentemente il bisogno di una spiritualità nuova, che colmi il vuoto lasciato dal materialismo, fondamento della religione consumista. Diventa necessario restituire sacralità alla vita, affinché ciascunə individuə smetta di sentirsi costrettə a produrre per sentire di avere valore. Poiché il valore assegnato dal capitalismo alla vita è effimero, questo è sempre percepito con scarsità anziché con abbondanza. Di conseguenza nessuna persona arriva ad essere definitivamente soddisfatta di quanto ha prodotto, dunque di se stessa e della propria vita. Non ci si sente mai, davvero, “abbastanza”.
Concetti come l’amore incondizionato verso se stess3 e le altre persone, la gratitudine, la consapevolezza profonda dei propri desideri reali, se diffusi su larga scala, costituiscono un’alternativa radicale allo stato di cose presente. Per esempio, dire a qualcunə che merita di esistere, prosperare ed essere amatə indipendentemente dal proprio aspetto, utilità o successo, può sembrare una banalità. Difatti, potrebbe essere trattata come tale, proprio perché chi la ascolta rifiuta di affrontare le conseguenze che questo comporta. In un contesto dominato dal continuo senso di colpa causato dal non sentirsi abbastanza, sentire di avere il diritto di essere amat3 è profondamente destabilizzante. Può produrre una frattura, una crisi, uno scarto improvviso tra ciò che una persona ha sempre pensato di sé, e la natura dellə suə io interiore, nascostə sotto strati di condizionamenti, imposti traumaticamente, necessari per sopravvivere sotto l’oppressione.
Questi atti di cura non feriscono il corpo, ma incrinano una visione del mondo. Non impongono una verità, ma aprono uno spiraglio dal quale emerge qualcosa che si era stat3 costrett3 a reprimere. Proprio per questo tendono a suscitare rabbia, tristezza, paura. Gli stessi sentimenti che si sono provati quando, durante l’infanzia o l’adolescenza, le fasi della vita durante le quali si impara a vivere nella società capitalista, abbiamo deciso di reprimerci per adattarci. Questi atti di cura non richiesti, mettono in discussione l’impalcatura simbolica su cui molte persone hanno costruito la propria identità.
Ma questa forma di “violenza” è radicalmente diversa da quella materiale su cui si fonda il potere. Non mira a opprimere, ma a liberare ciò che è represso. A restituire al mondo persone ormai non più in grado di sopravvivere nell’oppressione, ma pronte a vivere nell’utopia post-capitalista.
Innescare una crisi impone delle responsabilità. Quando una persona inizia a mettere in dubbio il senso del proprio sacrificio, della propria carriera, delle proprie rinunce, il risultato non è automaticamente emancipatorio. Una crisi può condurre alla liberazione, ma anche alla disperazione, alla perdita totale di controllo, all’autolesionismo o alla violenza.
Per questo, un approccio spirituale alla lotta politica non può limitarsi al gesto destabilizzante. Deve includere la responsabilità della cura successiva. Non un cerotto che richiude in fretta la ferita, ma uno spazio che permetta alla persona di attraversarla, di ricostruirsi dall’interno, di elaborare il proprio trauma.
La differenza è tutta qui: il sistema produce crisi senza offrire strumenti per attraversarle; una politica della cura produce crisi per poterle trascendere, accompagnandole con comunità, linguaggi, pratiche e saperi condivisi.
Nessunə si libera da solə. La trasformazione individuale ha bisogno di contesti: persone che hanno già attraversato certi passaggi, spazi sicuri in cui esplorare ed esprimere le proprie emozioni, riferimenti teorici e pratici che impediscano alla crisi di risolversi in isolamento o autodistruzione.
In questo senso, la comunità non è un effetto collaterale della lotta, ma la sua infrastruttura principale. Comunità intese non come bolle chiuse e dogmatiche, ma come ecosistemi di mutuo aiuto capaci di offrire strumenti senza imporre percorsi, valori fondamentali senza soffocare le differenze.
La cooperazione, qui, non è solo un ideale etico: è una strategia evolutiva. Contro il paradigma della competizione – che produce scarsità artificiale, gerarchie e malessere – la cooperazione si afferma come principio culturale della nuova umanità liberata.
Ogni sistema politico si fonda, esplicitamente o meno, su una concezione dell’essere umano e del suo posto nel mondo. La separazione netta tra politica e spiritualità è una costruzione recente e fragile. Il consumismo stesso funziona come una religione laica: ha i suoi santi, i suoi rituali, le sue feste e le sue promesse di redenzione.
Ripensare la lotta politica in termini di solidarietà e cura significa anche riconoscere che la liberazione passa per stati di coscienza diversi da quelli imposti dalla norma. Trascendere l’ego competitivo, riconoscere valore intrinseco in ogni forma di vita, immaginare mondi oltre la scarsità: tutto questo ha una dimensione che non è solo razionale, ma anche emotiva e intuitiva.
Diventa dunque necessario ripensare profondamente le regole del vivere la comunitá, arrivando a definire una nuova "educazione" che non sia quella delle vane apparenze da rispettare secondo il galateo. La buona creanza, l'educazione post-capitalista che immaginiamo, passa da una profonda consapevolezza delle proprie reazioni nei confronti altrui.
Siamo fin troppo abituat3 a reagire con rabbia se unə vicinə di casa fa rumore, a cercare di accaparrarci un buon posto in fila al semaforo o alle poste, ad allontanare con indifferenza lə mendicante che ci chiede una moneta. Riconoscere questi pattern come forme del capitalismo che abbiamo interiorizzato al punto da riprodurle automaticamente, non porta solamente a reprimere eventuali comportamenti causati da essi.
La buona creanza, a differenza del'educazione borghese non impatta solamente il modo in cui ci si mostra alla comunitá; bensí impone un'analisi dei propri automatismi, che non sia una mera critica, ma un atto di amore verso s3 stess3 che porti alla consapevolezza l'origine personale di questi comportamenti, in modo da liberarci dei residui lasciati dal capitalismo nel nostro sistema nervoso.
Non si tratta di abbandonare il materialismo, ma di aggiungere ad esso dimensioni che noi umanə possiamo percepire, ma che abbiamo scelto di ignorare. Liberarci dall’oppressione significa anche riprendere possesso di queste facoltà.
Un individuə liberə dai condizionamenti interiorizzati del sistema è un individuə intrinsecamente rivoluzionariə. Non perché sia statə indottrinatə, ma perché ha conosciuto profondamente se stessə ed è in grado di esprimere le necessità e i bisogni che emergono dalla sua interiorità. Non più governabile attraverso la paura, il senso di colpa, il bisogno di approvazione.
La politica fondata sulla consapevolezza non è alternativa alle forme tradizionali di lotta, ma complementare ad esse. È un processo inizialmente lento, ma che può scatenare reazioni a catena dal potenziale inimmaginabile. Agisce alla radice del potere, là dove il sistema si riproduce ogni giorno, nelle menti e nei cuori delle persone.
Soprattutto, questo approccio non mette l3 uman3 l3 un3 contro l3 altr3, ma tutt3 insieme contro il sistema.