Il futuro non manca perché abbiamo smesso di desiderarlo. Manca perché abbiamo smesso di progettarlo.
È da questa intuizione che nascono le REPA, le Reti di Progettazione Aperta: think tank dal basso che raccolgono persone, competenze tecniche, esperienze politiche e saperi differenti con un obiettivo apparentemente smisurato: progettare concretamente una società oltre il capitalismo.
Non ci si può limitare a dire che un altro mondo è possibile. Occorre descriverlo, disegnarne le istituzioni, i servizi pubblici, le infrastrutture, le forme di produzione e distribuzione. Studiare la normativa esistente, individuare ciò che deve essere trasformato e arrivare fino alla scrittura delle riforme e dei decreti attuativi del futuro.
Perché un futuro che rimane soltanto un principio è ancora un'immagine. Un futuro progettato nei suoi dettagli comincia invece a diventare una possibilità politica.
Le REPA nascono nel contesto del movimento gratuitista italiano, che affonda le proprie radici nell'accelerazionismo di sinistra e nel pensiero di Mark Fisher.
Per comprenderne il senso bisogna partire da un problema più generale: la difficoltà per la società postmoderna, ovvero quella contemporanea, di costruire una rappresentazione complessiva del mondo in cui viviamo.
Jean-François Lyotard aveva individuato nella crisi delle grandi metanarrazioni uno dei caratteri fondamentali della condizione postmoderna. Non esiste più una storia generale capace di organizzare in una visione coerente politica, economia, società, tecnica e futuro. Il mondo appare frammentato.
E nel frattempo è diventato enormemente più complesso.
Catene logistiche planetarie, sistemi finanziari, infrastrutture energetiche, piattaforme digitali, cambiamento climatico, automazione, algoritmi, migrazioni, reti produttive transnazionali: la società contemporanea somiglia sempre più a ciò che Timothy Morton chiamerebbe un iperoggetto, qualcosa di talmente vasto, distribuito e interconnesso da diventare difficilmente rappresentabile nella sua totalità.
Il problema è politico. Se non possediamo più una mappa cognitiva della realtà, diventa estremamente difficile trasformarla.
È qui che l'intuizione di Mark Fisher sul realismo capitalista diventa decisiva. Il capitalismo non domina soltanto perché dispone di istituzioni, denaro e rapporti di forza. Domina anche perché riesce a presentarsi come l'unico sistema sufficientemente complesso da poter funzionare.
Possiamo desiderare una sanità migliore, città più verdi, meno disuguaglianze, più tempo libero. Ma quando proviamo a immaginare l'organizzazione complessiva di una società radicalmente diversa, qualcosa si blocca.
Manca la mappa.
L'accelerazionismo di sinistra nasce precisamente contro questa impotenza.
Nel Manifesto per una politica accelerazionista del 2013, Alex Williams e Nick Srnicek insistono sulla necessità di costruire una politica capace di misurarsi con sistemi complessi, infrastrutture, tecnologia, pianificazione e istituzioni. Una critica che viene sviluppata attraverso il concetto di folk politics: una politica ripiegata sulla dimensione immediata, locale e spontanea, spesso incapace di confrontarsi con la scala dei sistemi che governano realmente la società contemporanea.
Non basta opporsi. Bisogna essere capaci di progettare. Come recita il Manifesto: «il futuro deve essere costruito». Ed è precisamente qui che le REPA possono essere considerate una pratica accelerazionista. Il loro lavoro parte dall'accettazione della complessità: imparare a navigarla, entrarci dentro, scomporla, comprenderne le relazioni interne e costruire nuove mappe.
In questo senso rappresentano un tentativo di uscire dalla condizione postmoderna.
Se il postmoderno è la crisi delle grandi metanarrazioni, il gratuitismo tenta di costruirne una nuova. Si potrebbe parlare di una nuova modernità libidinale: una modernità che recupera pianificazione, tecnica, universalismo e capacità di pensare il futuro, mettendo però al centro il desiderio, la liberazione del tempo e l'espansione delle possibilità umane.
La grande metanarrazione che ne emerge è quella della società gratuitista. Una società in cui l'abbondanza prodotta dallo sviluppo scientifico, tecnologico e sociale viene distribuita affinché i bisogni fondamentali della vita siano progressivamente sottratti al mercato; in cui il lavoro viene liberato dalla necessità biologica della sopravvivenza; in cui il tempo disponibile aumenta e con esso la possibilità di creare, studiare, giocare, conoscere, costruire relazioni e comunità.
Ma una metanarrazione di queste dimensioni genera immediatamente una domanda: come funziona, concretamente, una società del genere?
È qui che cominciano le REPA.
Dire che vogliamo una società della cura non basta. Bisogna chiedersi cosa significhi la cura quando incontra il diritto penale, la produzione alimentare, l'urbanistica, la scuola, la salute, la mobilità, l'energia o l'organizzazione del lavoro.
Prendiamo il carcere.
In una società fondata sulla cura, un sistema prevalentemente punitivo, segregativo e distruttivo entra inevitabilmente in contraddizione con la visione complessiva della società. Ma scrivere «abolire il carcere» non significa ancora aver progettato la sua abolizione.
Una REPA deve fare il passo successivo: immaginare un servizio pubblico di percorsi alternativi al carcere, fondato sulla giustizia riparativa, trasformativa e comunitaria. Bisogna identificare tutte le differenti fattispecie di comportamento deviante, e per ognuna capire quali percorsi predisporre, quali strutture servano, quali professionalità vadano coinvolte, quali norme debbano essere modificate.
Fino, potenzialmente, alla scrittura di una riforma che un governo potrebbe realmente approvare. Ed è proprio questo salto di scala a caratterizzare la progettazione aperta.
Lo stesso accade con l'alimentazione.
Laddove la società gratuitista estende il principio della cura anche agli animali non umani, il superamento degli allevamenti diventa una conseguenza della sua stessa impostazione filosofica. Ma anche qui il principio apre immediatamente un problema gigantesco di progettazione.
Eliminare gli allevamenti significa ripensare la dieta, la produzione agricola, le filiere, il lavoro, la distribuzione alimentare, le importazioni, il territorio. E significa contemporaneamente affrontare il carattere estrattivo dell'agricoltura industriale contemporanea.
La progettazione dunque, pur partendo dall'abolizione degli allevamenti animali, arriva necessariamente a dover immaginare la trasformazione dei circa 13 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata italiana attraverso principi agroecologici e permaculturali: non più una natura costretta ad adattarsi continuamente alle esigenze della produzione, ma tecnologie e sistemi produttivi progettati intorno alla rigenerazione del suolo, alla biodiversità e alle caratteristiche degli ecosistemi.
E non finisce qui. Se il cibo è un bisogno fondamentale, bisogna interrogarsi anche sul fatto che oggi la sua distribuzione sia governata prevalentemente dal profitto. La riforma dell'agricoltura diventa allora anche riforma della distribuzione alimentare. E la riforma della distribuzione diventa una questione di welfare. Ma intervenire sulle grandi strutture produttive e distributive significa inevitabilmente interrogarsi sulle forme di proprietà, sulle gerarchie e sulla democrazia nei luoghi di lavoro.
Un singolo problema ha già attraversato ecologia, economia, welfare, diritto e democrazia. Questa è la complessità che le REPA vogliono imparare a governare.
Lo stesso metodo può essere applicato alla mobilità.
Immaginiamo un piano nazionale per il trasporto pubblico gratuito, capillare, ecologico e progressivamente automatizzato, abbastanza efficiente da rendere finalmente superflua la dipendenza dall'automobile privata. Non è una semplice riforma dei trasporti. Ridurre radicalmente un parco circolante italiano composto da 54 milioni di veicoli significa ripensare le ferrovie, le reti urbane, le periferie, la logistica, la produzione industriale e naturalmente l'energia necessaria ad alimentare un'infrastruttura pubblica prevalentemente elettrificata.
E una riforma dell'energia apre immediatamente altri cantieri, tutti strutturalmente connessi all'immenso tema della transizione ecologica: produzione energetica, reti, accumulo, edifici, industria, materiali. E quindi packaging, eliminazione progressiva del monouso, gestione dei rifiuti, disinquinamento di fiumi, laghi e mari. Ricostruzione della biodiversità.
La transizione ecologica, osservata dalla prospettiva delle REPA, smette così di essere uno slogan e appare per ciò che realmente è: una costellazione di decine di trasformazioni interdipendenti.
Lo stesso vale per ogni altra istituzione.
Non si tratta semplicemente di «riformare la polizia», ma di chiedersi quale sistema di sicurezza, prevenzione e cura collettiva avrebbe senso in una società in cui la povertà è stata superata, il lavoro non è più imposto dalla necessità e molti comportamenti devianti prodotti dall'esclusione sociale hanno perso le condizioni materiali che li generavano.
Bisogna reinventare la scuola. Bisogna ripensare la sanità, la produzione dei farmaci, la ricerca e le ragioni stesse per cui determinate tecnologie mediche vengono sviluppate. Bisogna ripensare perfino il tempo libero. Oggi una parte enorme della socializzazione urbana è intrappolata nella matrice del consumo: per incontrarsi occorre continuamente comprare qualcosa, entrare in un locale, pagare un servizio.
Una società dell'abbondanza può invece riempire le città di spazi comuni gratuiti, laboratori, biblioteche, luoghi di gioco, sport, creatività, socializzazione e sperimentazione. E se contemporaneamente diminuisce la necessità dell'automobile, enormi porzioni di territorio oggi occupate da strade e parcheggi possono essere restituite alla vita.
Le città possono essere riforestate, attraversate dall'acqua, liberate dall'asfalto, riempite di ecosistemi, spazi pubblici e bellezza. Una sorta di grande infrastruttura solarpunk della vita quotidiana. Ma non come illustrazione fantascientifica: si tratta di farne un progetto urbanistico nazionale (e internazionale).
È forse questo il punto più importante delle Reti di Progettazione Aperta. Per troppo tempo abbiamo identificato il radicalismo politico con la radicalità dei principi.
Le REPA propongono un'altra misura della radicalità: la profondità della progettazione. Ovvero la differenza tra dire «trasporto pubblico gratuito» e progettare la rete nazionale capace di renderlo possibile; tra dire «aboliamo il carcere» e scrivere il servizio pubblico che può sostituirlo; tra desiderare città verdi e calcolare quali strade trasformare, quali infrastrutture spostare, quali specie piantare, come modificare la mobilità e come gestire l'acqua.
Ogni progetto deve poi collegarsi agli altri. Si costruisce così, progressivamente, una grande mappa cognitiva del futuro.
Ed è forse proprio questo il gesto più fisheriano delle REPA: reagire all'impotenza prodotta dal realismo capitalista non semplicemente proclamando che un'alternativa esiste, ma rendendola sempre più difficile da considerare inconcepibile.
Le REPA sono quindi molto più di gruppi di studio. Sono laboratori politici nei quali il desiderio incontra la tecnica.
Partono da una grande metanarrazione, quella gratuitista, e tentano continuamente di sottoporla alla prova della realtà: se questa è davvero la società che desideriamo, allora dobbiamo essere capaci di descrivere come produce energia, come distribuisce il cibo, come affronta un comportamento violento, come organizza una scuola, come costruisce una ferrovia, come produce un farmaco, come governa una città.
È un compito enorme.
Deve esserlo. Perché enorme è la rivoluzione che vogliamo realizzare.
Il realismo capitalista ci ha abituate a pensare che possiamo modificare qualche dettaglio del presente, mentre il sistema complessivo deve necessariamente rimanere quello che conosciamo. Le Reti di Progettazione Aperta rovesciano il problema: cominciano a progettare il mondo nel quale vorremmo vivere.
L'iperstizione si materializza precisamente qui: quando il sogno smette di essere soltanto evocato e diventa abbastanza complesso da poter essere costruito.