Non vi siete stancat3 di correre? Di guardare con invidia la persona di fronte a voi sperando di raggiungerla, e al tempo stesso spiarvi alle spalle per la paura di essere sorpassat3 da quella dietro? Di bestemmiare se malauguratamente inciampate o di sentirvi in colpa quando vi fermate a riprendere fiato? Di provare quella sensazione curiosa, il misto di disprezzo e pietà che si fa strada nel cuore umano talvolta, quando finge indifferenza di fronte alla disperazione di persone in cerca d’aiuto, che la società ha ridotto ai suoi margini? Nel tardo capitalismo, quella fetta di umanità che Marx ha definito “esercito industriale di riserva” è soprattutto un monito, diretto a chiunque stesse pensando di rallentare o, non sia mai, di abbandonare la gara. L’alternativa è unica; morire di fame, o di freddo, ricopert3 del proprio stesso sudiciume, di fronte a una stazione o in qualsiasi altro angolo di qualche ricca città, come sempre straripante di locali climatizzati, acqua corrente, sprechi alimentari di ogni tipo.
Mentre continui a correre, rifletti su come sia cominciato tutto ciò. Ti avevano detto che correre era normale, tutti corrono. Che correndo avresti raggiunto tutto quello di cui c'è bisogno, e correndo ancora tutto quello che desideri. Che le persone importanti, quelle sempre pulite e ben vestite che ogni tanto vedevi in televisione avevano corso più di tutt3; e che lə mendicante con la mano tesa sulle scale della chiesa fosse lì perché lə mancasse l’ambizione, di correre insieme all3 altr3 per provare a vincere la gara
Eppure, ormai non corri più per realizzare desideri esotici, ti manca il fiato e diventa sempre più faticoso tenere il passo del costo della vita che aumenta, degli imprevisti, di quei vizi che bastano a malapena a distrarti dal fatto che a un certo punto la gara dovrà finire e questo ti fa paura. Ormai corri solamente perché ogni volta che ti guardi alle spalle, vedi quellə mendicante sempre più vicinə, e ti domandi perché avere un tetto sopra la testa, cibo, igiene, venga considerato qualcosa a cui sia possibile ambire, e non un requisito fondamentale per la sopravvivenza di unə essere umanə.
Come siamo arrivat3 a questo punto? Perché, citando un pezzo del secolo scorso, “uno che c'ha i soldi può avere tutto/ E uno che ne ha di meno non ha diritto/ Nemmeno a un letto in un ospedale/ quando sta male”?
Per rispondere a questa domanda, diventa necessario tornare all’epoca in cui l’attuale sistema economico, il capitalismo, ha iniziato a diffondersi e affermarsi nel mondo occidentale. Nei primi secoli dell’età moderna, alcuni grandi cambiamenti politici avevano messo in discussione l’ordine feudale che era stato in vigore fino ad allora. In particolar modo, la riforma protestante, la colonizzazione dell’America, la nascita di una nuova classe sociale, composta da ricchi mercanti che non derivavano il proprio privilegio dalla generosità di un sovrano (a sua volta espressione della volontà divina) contribuirono a mettere in crisi il modello antropologico stabilito nel corso del medioevo, e a farne lentamente emergere uno nuovo, che considerava l’individuo come artefice ultimo della propria sorte, e la ricchezza come la meritata ricompensa che la giustizia divina avrebbe elargito a chi si dedicava diligentemente al proprio lavoro.
È stato proprio questo sillogismo tra etica professionale e superiorità morale che ha contribuito a giustificare il privilegio come merito, e l’indigenza come una colpa. In seguito, la rivoluzione industriale e l’ascesa dei nazionalismi, hanno consentito alla neonata classe borghese di acquisire ricchezza sufficiente a diventare egemone, e a rovesciare violentemente le antiche aristocrazie nel nome di un’unità fittizia tra padroni e lavoratori uniti sotto la bandiera della patria. In tale scenario si è affermata la figura dell’imprenditore come soggetto storico, e il modello capitalista come espressione economica della società moderna. In questo contesto, la competizione in ambito industriale o commerciale assume quasi il valore di gara di virtù e rettitudine morale, in cui qualsiasi scorrettezza è giustificata dall’ottenimento di un risultato, prova inconfutabile di legittimità e giustizia.
Sebbene all’epoca questo sistema economico si sia affermato come emancipatore rispetto a quello feudale, che sostanzialmente divideva la società in nobili e serv3, proibendo severamente qualsiasi mobilità tra le due classi, questo mostra oggi tutti i suoi limiti. In particolare, l’origine della società moderna nel contesto patriarcale e cristiano di quel periodo ha delineato nel corrispondente sistema economico le logiche coloniali e predatorie che gli contestiamo oggi. L’idea dell’occidente cristiano come esempio massimo di civiltà, da esportare, anche con la violenza, ad altri popoli considerati “selvaggi”, trova la propria giustificazione proprio nella superiorità morale dimostrata dal benessere materiale acquisito dai popoli europei (in realtà dalle élite europee, ma il nazionalismo permette di creare confusione relativamente a chi possegga realmente la ricchezza e a cosa abbia fatto per ottenerla), rispetto ai popoli non industrializzati.
Analogamente, pensando al medioevo possiamo constatare come anche in questo periodo storico il modello economico fosse strettamente legato a una concezione antropologica. Intanto, la diffusione del cristianesimo aveva portato a sostituire il concetto di schiavə con quello di servə, una differenza sottile ma fondamentale in una società di individu3 fortemente identificat3 con il proprio culto, che non consentiva a unə cristianə di possederne un altrə. Inoltre, i sovrani che fondavano la propria legittimità sulla volontà divina, venivano considerati intoccabili, e con essi tutta la gerarchia di feudatari da questi selezionati per amministrare i vari territori.
Questi esempi, di cui si potrebbero trovare innumerevoli altri in diversi contesti storici o geografici, mettono in mostra come i sistemi economici emergono all’interno di una società, sulla base del ruolo che questa attribuisce all’essere umanə. Dunque, una transizione economica che sia stabile non può prescindere da una profonda trasformazione antropologica, non solo sul piano materiale ma anche su quello spirituale. Analogamente, una trasformazione nei valori fondamentali e nella figura dell’essere umanə porta irrimediabilmente con sé anche una trasformazione del sistema economico.
Avendo dunque discusso in un articolo precedente, della necessità di una tale trasformazione spirituale, basata sulla consapevolezza, sulla cura, sulla buona creanza che considera ogni vita come sacra, potremmo domandarci chi sono le persone che vivono questa nuova società?
Se immaginiamo l’individuə nella società della cura, dovremmo necessariamente immaginarlə circondatə di affetti, in equilibrio con la natura, padronə assolutə del proprio tempo e dei propri spazi di vita, liberə da qualsiasi necessità materiale o spirituale.
La società della cura sostituirà necessariamente la cooperazione alla competizione tipica del sistema capitalista. Del resto, la cooperazione non è che una forma di cura, che permette a due o più individui di raggiungere un determinato obiettivo prendendosi cura a vicenda.
Inoltre, se ogni vita è sacra, tutto quello che è necessario per vivere e permettere a ciascuna vita di esprimere al massimo il proprio potenziale, non può essere considerato una merce, poiché attribuire a questo un valore economico significherebbe attribuirlo alla vita stessa.
La consapevolezza impone di considerare l’errore o il fallimento, non come una colpa, ma come un indizio che ci mostra il modo migliore per raggiungere i nostri propositi. I tentativi falliti non potranno più essere puniti come accade nell’attuale sistema capitalista.
Ancora, la sacralità della vita impone anche la sacralità del tempo, che è la misura della vita; il tempo di vita diventa quindi intoccabile, poiché se unə individuə provasse a privare unə altrə del proprio tempo, lə starebbe privando della vita stessa, possiamo quindi concludere che la società della cura non sarebbe compatibile con qualsivoglia forma di burocrazia.
Chiaramente, la società della cura non può contemplare il capitalismo come sistema economico, a maggior ragione nella sua versione neoliberale, dalla quale questa emerge in completa antitesi.
A dimostrazione di questo, possiamo considerare come la mercificazione della sanità e il lavoro salariato, non siano compatibili con la nostra idea di cura. Se la vita è sacra, curarsi non può avere un costo; se il tempo è sacro nessunə dovrà essere costrettə a lavorare per sfamarsi, o per avere un tetto sopra la testa. Se ogni individuə è incentivatə a realizzare al massimo il proprio potenziale, studiare e viaggiare non possono essere considerati servizi di qualità via via migliore quanto più si è dispost3 a pagare per ottenerli, ma diritti inalienabili di ogni persona.
Non è possibile tollerare la guerra, poiché annullamento della vita, ma neppure colonialismo e patriarcato, abilismo e specismo, poiché questi creano disuguaglianza nel valore di alcune vite rispetto ad altre.
Un sistema economico, compatibile con la concezione dell’essere umano nella società della cura, è quello che chiameremo “gratuitismo”.
Il gratuitismo si fonda sull’accesso incondizionato (quindi totalmente gratuito) ai 6 bisogni di base, identificati in: casa, cibo, utenze, salute, cultura e trasporti.
In queste condizioni, poiché ogni individuə ha diritto a tutto ciò di cui ha bisogno per vivere e prosperare, il lavoro non è più un dovere, bensì l’attività a cui si sceglie di dedicare liberamente il proprio tempo, nel nome della massima realizzazione del proprio potenziale.
Il valore della cura, inoltre, indirizzerebbe tutte le persone verso quelle attività che sono fondamentali per assicurare il benessere collettivo a lungo termine, ovvero creando i presupposti affinché la soddisfazione dei bisogni di base sia garantita con il minimo sforzo, favorendo un approccio incentrato sulla distribuzione dei beni anziché sulla loro accumulazione, e facendo in modo da delegare più lavoro possibile alle macchine.
Analogamente verrebbe meno il concetto di utilità, qualsiasi attività intrapresa da unə individuə nella società della cura non dovrà essere valutata sulla base di cosa produce, bensì sarà una libera scelta di coləi che decide di intraprenderla, indipendentemente dalle probabilità di successo o da qualsiasi altra considerazione esterna, poiché ogni persona è padrona assoluta del proprio tempo.
Ma come si regge in piedi un sistema in cui nessuno ha bisogno di lavorare per vivere?
Questo tema sarà oggetto del prossimo articolo, lo troverete a breve linkato qui.
Fermati, siamo arrivati. Non c'è più bisogno di correre nel gratuitismo; puoi sederti alla fontana e prendere un sorso d’acqua. E quando sei lì puoi riempire due bottiglie, e portarle a qualcuno che ne ha bisogno, e incontrare un volto sorridente che ti ringrazierà per la gentilezza. Puoi stenderti su un prato e guardare il cielo, fin quando lo vorrai; e quando ne avrai avuto abbastanza tornare lì fuori e mettere il tuo tempo al servizio della comunità sorridendo; consapevole del fatto che è proprio il tempo che scegliamo di dedicarle, a rendere possibile una società, in cui nessunə è esclusə, dove non c'è più bisogno di correre.