Rapportati alla vita di unə essere umanə centomila anni sono un periodo di tempo molto, molto lungo. Anche rispetto alla storia dell'umanità centomila anni sono un periodo molto lungo. Rispetto alla teoria dell’evoluzione della specie, centomila anni, l'età dell’homo sapiens, sono un tempo relativamente breve durante il quale non è possibile osservare particolari cambiamenti anatomici o nelle facoltà cognitive della specie.
In breve, i nostri cervelli sono ancora fatti per vivere nelle caverne, raccogliere bacche, spostarsi a piedi su lunghe distanze alla ricerca di nuove fonti di sostentamento.
Una caratteristica che ha consentito la sopravvivenza della specie in un contesto di tale scarsità è quella che l3 neuroscienziat3 chiamano “negativity bias”: la propensione della mente umana a pensare sempre alle ipotesi peggiori.
È da lì che hanno origine ansie, paure, pregiudizi e ossessioni. Lì ha origine l'avidità, il motore del capitalismo. È l'avidità dei padroni a trasformare in lavoro un'opportunità di profitto. Il sentimento che guida la decisione su quali attività meritino di essere realizzate, al punto da consumare risorse non rinnovabili come le fonti di energia, ma anche il tempo di vita umano, è il residuo vestigiale di un organo che non ha potuto tenere il passo con lo sviluppo sociale e tecnologico da esso stesso generato, e che risulta completamente inadeguato a vivere nell’abbondanza.
La principale critica che viene sollevata nei confronti del gratuitismo è proprio quella relativa a chi e perché deciderà di intraprendere un’iniziativa, di dedicare tempo ed energia ad un'attività, in un’epoca di abbondanza distribuita in cui non esiste la necessità di accumulare risorse necessarie alla sopravvivenza.
Questa critica, valida sia per le attività necessarie ad assicurare la sussistenza dello stesso sistema economico gratuitista, quanto per le ulteriori ambizioni dell'umanità come il progresso scientifico, l’evoluzione tecnologica, la produzione artistica; trova una risposta semplice ma che contiene la premessa di una radicale riorganizzazione dei valori mainstream: sostituire alla gratificazione sociale data dallo status acquisito tramite l’accumulazione di denaro o altri beni materiali, la gratificazione personale che si prova nel sapere che la propria opera garantisce il benessere e la prosperità di altre persone umane e non.
Possiamo immaginare l’essere umanə nella società della cura liberə dai condizionamenti legati alla percezione di scarsità, che ci portano a desiderare di accumulare beni materiali. Questə essere umanə si relazionerà all3 altr3 provando un genuino senso di gratitudine nei confronti dei beni ricevuti nel gratuitismo. La gratitudine diventa quindi il pilastro dell’economia gratuitista, allo stesso modo dell'avidità in quella capitalista. Definiremo “postlavoro” il coinvolgimento di persone in qualsiasi attività di cura, comprese le attività necessarie per realizzare materialmente l’economia gratuitista. Questo, a differenza dell’attuale “lavoro”, non potrà essere incentivato economicamente. Sarà piuttosto la gratitudine (e quindi il benessere) della collettività il movente emotivo delle attività che vengono intraprese. Poiché la partecipazione al postlavoro è incentivata da un bene intangibile, essa sarà libera da logiche di accumulazione, di prevaricazione e di abuso tipiche del lavoro. Tuttavia, è fondamentale che la gratitudine di una comunità sia espressa in maniera tangibile nei confronti delle persone che postlavorano per la comunità stessa. Dobbiamo dunque immaginare un'umanità sicuramente più gentile, rispetto a quella attuale, e che tende a stringere relazioni interpersonali più affettuose al suo interno.
In particolare, diventa necessario riconoscere a sé stess3 e ad ogni altra persona la responsabilità di essere unə agente fondamentale alla sussistenza della comunità nella società della cura e dell’abbondanza, indipendentemente dalle attività a cui si sceglie di dedicare il proprio postlavoro. In questo senso, la persona che sceglie di dedicare il proprio tempo e la propria energia, ad esempio, alla manutenzione delle macchine che si occupano di produrre cibo, sarà considerata meritevole di gratitudine, alla pari di quella che sceglie di stendersi su un prato a guardare il cielo, cercando nel proprio inconscio quelle sensazioni uniche che la mente umana prova nel contemplare l’infinito.
Se non ci fossero persone che dedicassero il proprio postlavoro alla manutenzione e supervisione della produzione alimentare (o di energia, o alla fornitura idrica, alla sanità, etc), il gratuitismo non potrebbe esistere. Analogamente se le persone si sentissero stigmatizzate, ovvero meno meritevoli di gratitudine, se scegliessero di dedicare il postlavoro ad attività che non sono fondamentali alla sopravvivenza della comunità, riprodurrebbero la situazione attuale, secondo cui il valore della vita è basato sulla produttività e sull'utilità; in netta contrapposizione con i principi della cura.
Solo in questo modo può funzionare il postlavoro, e dunque il gratuitismo: con persone che si alzano al mattino sorridenti, e che decidono di dedicare parte del proprio tempo alla cura della comunità, senza ricevere un compenso economico, poiché la consapevolezza di essere parte della società della cura è già una gratificazione sufficiente.
Sebbene sia intuitivo per il senso comune contemporaneo, immaginare la gratitudine che spetta, ad esempio, allə medicə da parte dellə malatə per averlə curatə; oppure all’idraulicə da parte delle persone a cui è stata ripristinata la fornitura idrica; diventa necessario immedesimarsi in unə individuə della società della cura, per comprendere la gratitudine che lə medicə o l’idraulicə possono provare nei confronti dellə poeta, dellə gamer, o dellə pensatorə. Questa può essere considerata per analogia con la gratitudine che talvolta si manifesta per la loro meditazione o per la loro preghiera nei confronti dell3 monach3, che intercedono presso un'entità metafisica a nome della comunità. Analogamente l3 ozios3 rendono possibile il gratuitismo, consentendo a chi per scelta, per necessità, o per vocazione, ha scelto di fare lə medicə o l’idraulicə, di fermarsi in qualsiasi momento, e di impiegare il proprio tempo e la propria energia in altri modi, eventualmente non fondamentali alla sussistenza della comunità.
Concludiamo con una breve considerazione necessaria. Nel testo, a titolo di esempio, si sono rappresentat3 individu3 tramite appellativi quali “lə medicə”, “l’idraulicə”, “lə poeta”, “lə gamer”, o “lə pensatorə”. Questo, analogamente al concetto di oziosə, o di postlavoratorə, risulterebbe incomprensibile nella società della cura, poiché libera dall’identificazione, tipica della società contemporanea, dell’individuə con la propria occupazione. Nella società della cura, il postlavoro è qualcosa che le persone fanno, senza identificarcisi, né tanto meno venendo da altre con esso identificate.