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15-giugno-2026
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Un'iperstizione si aggira per l'Italia

La scorsa settimana i raduni gratuitisti di Roma e Firenze, venerdì 12 e sabato 13 giugno, sono stati una grande occasione per radunare ciò che è sparso.

Decine di persone, senza conoscersi, si sono aggregate in cerchio nei parchi pubblici per dare corpo a un’iperstizione comparsa per la prima volta oltre dieci anni fa nel nostro Paese. Un’idea che dopo anni di incubazione, dibattito, costruzione politica e filosofica, meme, pagine, amicizie, assemblee e importanti occasioni di ritrovo fisico, sta finalmente bucando la soglia dell’attenzione mainstream.

Qualcosa si sta muovendo.

Il Partito Capibara non appartiene a questo mondo. È l’atto di irruzione di un’idea nella realtà. È un glitch dentro un presente insopportabile, ormai irrespirabile. È la crepa nella superficie liscia del realismo capitalista. È il punto in cui una profezia smette di essere immaginata e comincia a dimostrare la propria capacità di trasformarsi in realtà.

Una iperstizione funziona così: prima appare come scherzo, come immagine, come meme, poi come linguaggio comune, infine come proposta politica. Dopodiché, se è abbastanza forte, abbastanza desiderabile, abbastanza visceralmente libidinale, comincia a produrre il futuro che annunciava.

Il Partito Capibara è lo strumento d'assalto del movimento accelerazionista gratuitista. Affonda le proprie radici nell’accelerazionismo di sinistra nato e sviluppatosi nel Regno Unito, poi confluito in Italia tramite traiettorie impure, memetiche, collettive: dai meme della Pimpa ad Automatizzato Comunismo Memetico, fino al ruolo cruciale di Mark Fisher, il filosofo che più di chiunque altro è riuscito a dare voce allo spirito del nostro tempo.

Essere senza speranza.

Senza un sogno.

Senza un futuro.

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo»: è questa la prigione cognitiva del realismo capitalista. Non l’assenza reale di alternative, ma l’impossibilità psichica di sentirle possibili. Il capitalismo non domina soltanto attraverso la moneta, il salario, il debito, la proprietà. Domina catturando l’immaginazione. Colonizzando il desiderio. Facendoci credere che ogni futuro sia già fallito prima ancora di essere pensato.

Ma oggi questa prigione comincia a sgretolarsi davanti alla più semplice e inarrestabile delle verità: mai come oggi abbiamo costruito una società così abbondante, così tecnologicamente sviluppata, così capace di produrre ricchezza, energia, conoscenza, automazione e cura. Mai come oggi abbiamo avuto gli strumenti per affrancare l’umanità, e con essa gli animali non umani, da una vita senza scampo, dal lavoro senza fine, dal ricatto di dover pagare per vivere.

Non siamo poverз perché manca il mondo.

Siamo poverз perché il mondo è stato recintato.

Casa, utenze, cibo, trasporti, sanità, istruzione: ciò che serve a vivere è stato trasformato in merce. Ciò che dovrebbe essere garantito è stato messo a reddito. Paghiamo per dormire, per curarci, per muoverci, per imparare, per scaldarci, per mangiare. Paghiamo, cioè, per esistere.

Il capitalismo è il pedaggio sull’esistenza.

Il gratuitismo è la sua abolizione.

Per questo i tre pilastri immediati della rivendicazione gratuitista sono semplici, chiari, comprensibili da chiunque: settimana lavorativa di 24 ore; salario minimo di 1.560 euro al mese; gratuità dei sei bisogni fondamentali — casa, utenze, cibo, trasporti, sanità, istruzione — insieme a un reddito universale di 500 euro al mese, ancorato al tasso di sviluppo dell’automazione.

Ma questi tre pilastri sono solo la punta dell’iceberg.

Non sono un semplice programma di governo. Sono l’inizio di una rifondazione del mondo. Sono l’applicazione concreta di ciò che Williams e Srnicek hanno chiamato, in Inventare il futuro: per un mondo senza lavoro, una politica per un mondo abbondante di tempo libero: riattivare il percorso della modernità, liberarsi da questa miserabile condizione postmoderna, restituirci del futuro che il realismo capitalista ci ha privato.

Non più il culto della fatica.

Non più la religione del sacrificio.

Non più l’etica triste del “non ci sono soldi”.

Ci sono 77 milioni di immobili. C’è cibo vegetale che per due terzi viene impiegato per sfamare gli 80 miliardi di animali che recintiamo in campi di concentramento. C’è l’intelligenza artificiale. Ci sono le competenze. C’è una ricchezza immensa, prodotta collettivamente e catturata privatamente. La domanda non è se possiamo permetterci il gratuitismo. La domanda è quanto ancora possiamo sopportare il capitalismo.

Fisher, nell’ultimo libro a cui stava lavorando prima di morire, Acid Communism, cercava di capire da quali interstizi fosse emersa la rivoluzione desiderante del Sessantotto. Da quali suoni, quali sostanze, quali linguaggi, quali corpi, quali feste, quali rifiuti, quali aperture percettive fosse nata quella credenza collettiva, quasi magica, quasi lisergica, che un futuro diverso fosse possibile.

Il Sessantotto è stato questo: una grande allucinazione collettiva che ha rivelato una verità.

Che il mondo poteva cambiare.

E se quella rivoluzione è stata catturata, neutralizzata, venduta, disciplinata, questo non significa che il desiderio fosse falso. Significa che non era andato abbastanza lontano. Non aveva ancora conquistato le condizioni materiali della propria liberazione. Non aveva ancora abolito il ricatto economico che riporta ogni libertà dentro il recinto della sopravvivenza.

Il gratuitismo vuole portare quella rivoluzione fino in fondo.

Liberare il tempo: casa, cibo, salute, energia, movimento, sapere. «Il nostro desiderio è senza nome», diceva Fisher. Allora il nostro compito storico è dare un nome, dare un corpo, a un desiderio incontenibile che pulsa dentro i nostri cuori. Vogliamo una vita bella. Vogliamo godere delle nostre esistenze in comunità, senza più essere subordinate al ricatto di una necessità indotta dal capitalismo.

È qui che l’accelerazionismo gratuitista incontra la società della cura.

Accelerare non significa correre verso la catastrofe. Significa usare l’abbondanza, la tecnologia, l’automazione e la cooperazione sociale per fare un passo avanti nell’evoluzione sociale, non per intensificare lo sfruttamento. Significa costruire una società in cui chiunque, indipendentemente dalla provenienza, dal genere, dalla classe, dalla specie, abbia il diritto di godere della propria vita. È un nuovo stadio nella storia dell’umanità.

Non dobbiamo dimenticare che siamo mammiferi, non macchine.

Siamo animali che hanno bisogno di tempo, calore, sonno, contatto, gioco, fiducia. Siamo corpi che desiderano sbrofonchiarsi i musetti, tirarsi le zampate, cucinare insieme, dormire accanto a chi amano, camminare senza fretta, piangere senza vergogna, ridere senza produttività, esistere senza dover dimostrare continuamente di meritare l’esistenza.

La società della cura nasce da qui: dal riconoscimento che ogni essere vivente ha diritto a stare bene. Non perché produce. Non perché compete. Non perché merita. Ma perché esiste, sente, soffre, desidera.

Il Partito Capibara comparirà in questi giorni con un sito web e lancerà una grande raccolta firme. Ne serviranno 120.000 per candidarci al 2027.

La sfida è semplice: quante persone sono pronte a metterci la firma? Quante sono pronte a diffondere questa iperstizione? Che cosa accadrà quando l’idea della gratuità dei bisogni fondamentali entrerà nel discorso pubblico? Che cosa accadrà quando la settimana lavorativa di 24 ore smetterà di sembrare una fantasia e comincerà a sembrare una necessità storica?

Che cosa accadrà quando milioni di persone sentiranno che la loro stanchezza non è una colpa, che il loro burnout non è un destino, che la loro mancanza di futuro non è naturale, ma politicamente prodotta?

«La lunga notte buia della fine della storia», scriveva Fisher, «va presa come un’opportunità enorme», perché «la stessa pervasività del realismo capitalista significa che persino il più piccolo barlume di una possibile alternativa politica ed economica può produrre effetti sproporzionatamente grandi».

Noi siamo quel barlume.

Noi siamo l’alternativa.

Siamo testimoni di un mondo nuovo, così bello e desiderabile che sarà esso stesso, nel suo comparire come idea, a incantare il mondo e a risvegliare una nuova rivoluzione desiderante. Una rivoluzione capace di superare i limiti stessi del Sessantotto, perché vuole spezzare il ricatto fondamentale: quello che lega la vita al lavoro, il diritto all’acquisto, il tempo al salario, il desiderio alla colpa.

Vogliamo una società della cura in cui potremo tornare alla nostra natura originaria: essere mammiferi che godono della propria vita.

Senza più limiti inutili.

Senza più prezzi da pagare.

Una vita bella, comune, gratuita, capace di salvare il mondo dall’apocalisse che il capitalismo ci aveva insegnato a considerare inevitabile.

Ma «da una situazione in cui nulla può accadere», scriveva Fisher, «tutto di colpo torna possibile».

Un’iperstizione si aggira per l’Italia.

E questa volta non viene a chiedere l’impossibile.

Viene a renderlo reale.

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