Un'iperstizione si aggira per l'Italia
La scorsa settimana i
raduni gratuitisti di Roma e Firenze, venerdì 12 e sabato 13 giugno, sono stati una grande occasione per
radunare ciò che è sparso.
Decine di persone, senza conoscersi, si sono aggregate in
cerchio nei parchi pubblici per dare corpo a un’
iperstizione comparsa per la prima volta oltre dieci anni fa nel nostro Paese. Un’idea che dopo anni di incubazione, dibattito, costruzione politica e filosofica,
meme, pagine, amicizie, assemblee e importanti
occasioni di ritrovo fisico, sta finalmente bucando la
soglia dell’attenzione mainstream.
Qualcosa si sta muovendo.
Dalla
Wish Parade a Firenze del prossimo
27 giugno fino al
Mark Fisher Party - 4 giorni di festival dedicati al filosofo britannico
dal 9 al 12 luglio a Roma - l'
iperstizione gratuitista si sta diffondendo a macchia d'olio nel nostro Paese.
Questa corrente di pensiero non appartiene a questo mondo.
È l’atto di irruzione di un’idea nella realtà. È un
glitch dentro un presente insopportabile, ormai irrespirabile. È la
crepa nella superficie liscia del
realismo capitalista. È il punto in cui una
profezia smette di essere immaginata e comincia a dimostrare la propria capacità di
trasformarsi in realtà.
Una
iperstizione funziona così: prima appare come scherzo, come immagine, come
meme, poi come
linguaggio comune, infine come
proposta politica. Dopodiché, se è abbastanza forte, abbastanza
desiderabile, abbastanza
visceralmente libidinale, comincia a produrre il
futuro che annunciava.
Il
Partito Capibara è lo
strumento d'assalto partorito da questa corrente per
aggredire il senso comune. Affonda le proprie radici nell’
accelerazionismo di sinistra nato e sviluppatosi nel Regno Unito, poi confluito in Italia tramite traiettorie impure, memetiche, collettive: dai meme della
Pimpa ad
Automatizzato Comunismo Memetico, fino al ruolo cruciale di
Mark Fisher, il filosofo che più di chiunque altro è riuscito a
dare voce allo spirito del nostro tempo.
«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo»: è questa la
prigione cognitiva del realismo capitalista. Non l’assenza reale di alternative, ma l’
impossibilità psichica di sentirle possibili. Il capitalismo non domina soltanto attraverso la moneta, il salario, il debito, la proprietà. Domina
catturando l’immaginazione. Colonizzando il desiderio. Facendoci
credere che ogni futuro sia già fallito prima ancora di essere pensato.
Ma oggi questa prigione comincia a
sgretolarsi davanti alla più semplice e inarrestabile delle
verità: mai come oggi abbiamo costruito una società così
abbondante, così tecnologicamente sviluppata, così capace di produrre
ricchezza, energia, conoscenza, automazione e
cura. Mai come oggi abbiamo gli strumenti per affrancare l’umanità, e con essa gli
animali non umani, da una vita senza scampo, dal
lavoro senza fine, dal ricatto di dover
pagare per vivere.
Casa, utenze, cibo, trasporti, sanità, istruzione: ciò che serve a vivere è stato trasformato in merce. Ciò che dovrebbe essere garantito è stato messo a reddito.
Paghiamo per dormire, per curarci, per muoverci, per imparare, per scaldarci, per mangiare.
Paghiamo, cioè, per esistere.
Il capitalismo è il
pedaggio sull’esistenza.
Il
gratuitismo è la sua abolizione.
Per questo i
tre pilastri immediati della
rivendicazione gratuitista sono semplici, chiari, comprensibili da chiunque:
settimana lavorativa di 24 ore; salario minimo di
1.560 euro al mese;
gratuità dei sei bisogni fondamentali — casa, utenze, cibo, trasporti, sanità, istruzione — insieme a un
reddito universale di 500 euro al mese, ancorato al tasso di sviluppo dell’automazione.
Ma questi tre pilastri sono solo la
punta dell’iceberg.
Non sono un semplice programma di governo. Sono l’inizio di una
rifondazione del mondo. Sono l’applicazione concreta di ciò che
Williams e Srnicek hanno chiamato, in
Inventare il futuro: per un mondo senza lavoro, una politica per un mondo
abbondante di tempo libero: riattivare il percorso della
modernità, liberarsi da questa miserabile condizione
postmoderna, restituirci del futuro che il
realismo capitalista ci ha privato.
Non più il culto della
fatica.
Non più la religione del
sacrificio.
Non più l’etica
triste del “non ci sono soldi”.
Ci sono
77 milioni di immobili. C’è cibo vegetale che per due terzi viene impiegato per sfamare gli 80 miliardi di animali che recintiamo in
campi di concentramento. C’è l’intelligenza artificiale. Ci sono le competenze. C’è una ricchezza immensa, prodotta collettivamente e catturata privatamente. La domanda non è se possiamo permetterci il gratuitismo. La domanda è
quanto ancora possiamo sopportare il capitalismo.
Fisher, nell’ultimo libro a cui stava lavorando prima di morire,
Acid Communism, cercava di capire da quali
interstizi fosse emersa la
rivoluzione desiderante del Sessantotto. Da quali suoni, quali sostanze, quali
linguaggi, quali corpi, quali
feste, quali rifiuti, quali aperture percettive fosse nata quella
credenza collettiva, quasi magica, quasi
lisergica, che un futuro diverso fosse
possibile.
Il
Sessantotto è stato questo: una grande
allucinazione collettiva che ha rivelato una
verità.
Che il mondo poteva cambiare.
E se quella rivoluzione è stata catturata, neutralizzata, venduta, disciplinata, questo non significa che il
desiderio fosse falso. Significa che non era andato abbastanza lontano. Non aveva ancora conquistato le
condizioni materiali della propria liberazione. Non aveva ancora abolito il
ricatto economico che riporta ogni libertà dentro il recinto della sopravvivenza.
Il
gratuitismo vuole portare quella rivoluzione fino in fondo.
Liberare il tempo: casa, cibo, salute, energia, movimento, sapere. «
Il nostro desiderio è senza nome», diceva
Fisher. Allora il nostro compito storico è
dare un nome, dare un corpo, a un desiderio incontenibile che pulsa dentro i nostri cuori.
Vogliamo una vita bella. Vogliamo
godere delle nostre esistenze in comunità, senza più essere subordinate al
ricatto di una necessità indotta dal capitalismo.
È qui che
l’accelerazionismo gratuitista incontra la
società della cura.
Accelerare non significa correre verso la catastrofe. Significa usare
l’abbondanza, la tecnologia,
l’automazione e la cooperazione sociale per fare un
passo avanti nell’evoluzione sociale, non per intensificare lo sfruttamento. Significa costruire una società in cui
chiunque, indipendentemente dalla provenienza, dal genere, dalla classe, dalla specie, abbia il
diritto di godere della propria vita. È un
nuovo stadio nella storia dell’umanità.
Non dobbiamo dimenticare che
siamo mammiferi, non macchine.
Siamo animali che hanno bisogno di
tempo, calore, sonno, contatto,
gioco, fiducia. Siamo corpi che desiderano
sbrofonchiarsi i musetti, tirarsi le zampate, cucinare insieme, dormire accanto a chi amano,
camminare senza fretta, piangere senza vergogna, ridere
senza produttività, esistere senza dover dimostrare continuamente di
meritare l’esistenza.
La
società della cura nasce da qui: dal riconoscimento che ogni essere vivente ha
diritto a stare bene. Non perché produce. Non perché compete. Non perché merita. Ma perché
esiste, sente, soffre,
desidera.
Il
Partito Capibara comparirà in questi giorni con un
sito web e lancerà una grande
raccolta firme. Ne serviranno
120.000 per candidarci al 2027.
La sfida è semplice:
quante persone sono pronte a metterci la firma? Quante sono pronte a diffondere questa
iperstizione? Che cosa accadrà quando l’idea della
gratuità dei bisogni fondamentali entrerà nel
discorso pubblico? Che cosa accadrà quando la
settimana lavorativa di 24 ore smetterà di sembrare una fantasia e comincerà a sembrare una
necessità storica?
Che cosa accadrà quando milioni di persone sentiranno che la loro stanchezza
non è una colpa, che il loro burnout non è un destino, che la loro mancanza di futuro non è naturale, ma
politicamente prodotta?
«La lunga notte buia della fine della storia», scriveva
Fisher, «va presa come un’opportunità enorme», perché «la stessa pervasività del
realismo capitalista significa che persino
il più piccolo barlume di una possibile alternativa politica ed economica può produrre
effetti sproporzionatamente grandi».
Noi siamo quel barlume.
Noi siamo l’alternativa.
Siamo testimoni di un
mondo nuovo, così bello e desiderabile che sarà esso stesso, nel suo comparire come idea, a
incantare il mondo e a
risvegliare una nuova
rivoluzione desiderante. Una rivoluzione capace di superare i limiti stessi del Sessantotto, perché vuole
spezzare il ricatto fondamentale: quello che lega la vita al lavoro, il diritto all’acquisto, il tempo al salario, il desiderio alla colpa.
Vogliamo una
società della cura in cui potremo tornare alla nostra natura originaria: essere
mammiferi che godono della propria vita.
Senza più limiti inutili.
Senza più prezzi da pagare.
Una
vita bella, comune,
gratuita, capace di salvare il mondo dall’apocalisse che il capitalismo ci aveva insegnato a considerare
inevitabile.
«Da una situazione in cui nulla può accadere», scriveva Fisher, «
tutto di colpo torna possibile».
Un’
iperstizione si aggira per l’Italia.
E questa volta non viene a chiedere l’impossibile.
Viene a renderlo reale.