Viviamo in un’epoca in cui sembra più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Questa frase, resa celebre da Mark Fisher, descrive perfettamente il nostro rapporto con la sanità pubblica. Da anni ci viene ripetuto che il Servizio Sanitario Nazionale sia insostenibile, che le liste d’attesa siano un male necessario e che il privato sia l’unico ago della bilancia in grado di salvare i conti.
Ma il Partito Capibara ha deciso di prendere sul serio l’insegnamento di Fisher: non basta evocare il sogno di una salute pubblica, gratuita e universale. Occorre saper progettare nel dettaglio i nostri sogni. Ed è esattamente quello che è stato fatto.
Il progetto nasce dalla prima Rete di Progettazione Aperta (REPA), iniziata nel gennaio 2021. L'incontro con Giuseppe Graziano, ex direttore sanitario del policlinico Umberto I di Roma e grande esperto di pianificazione sanitaria pubblica, ha dato il via a un lavoro certosino.
Il frutto di questo lavoro è il Servizio Universale alla Salute (SUS), un piano dettagliato che verrà pubblicato a marzo 2027 nel secondo Quaderno di Progettazione Tecnica del Partito Capibara (edito da TransEuropa). Questa proposta ha una portata rivoluzionaria poiché non si limita a rattoppare un sistema collassato, ma lo rifonda da zero.
Il Partito Capibara parte da un assunto duro: il fallimento dell’attuale SSN non è un incidente di percorso, ma il risultato di una precisa strategia politica. Le vecchie USL (Unità Sanitarie Locali) sono state trasformate in Aziende Sanitarie Locali (ASL), giganteschi conglomerati da centinaia di migliaia di abitanti, governati da un unico direttore generale nominato dalla politica. In questo sistema, l’obiettivo non è più produrre salute, ma fare profitto.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: personale in burnout, liste d'attesa infinite e milioni di cittadini fragili abbandonati a sé stessi. Chi può paga e si salva; chi non può resta indietro. Per il Partito Capibara, l’unica via d’uscita è una rivoluzione copernicana che riporti la salute a essere un diritto incondizionato, sancito dall'articolo 32 della Costituzione, sostituendo l'attuale modello con un Servizio interamente pubblico, gratuito, territoriale, proattivo e democratico.
Il cuore della proposta è la suddivisione del territorio in quattro stadi integrati, che superano definitivamente le logiche aziendalistiche per riportare la cura a contatto con le comunità. Il principio cardine è che l'ospedale non è separato dal territorio: è parte del territorio.
Ecco come si articola il nuovo Servizio Universale alla Salute:
Il Servizio Universale alla Salute non è un'architettura astratta. È un organismo istituzionale i cui numeri sono stati calcolati con precisione sulla reale conformazione del Paese.
Per comprenderne la portata, occorre partire da un dato: il 96% dei comuni italiani ha meno di 30.000 abitanti, e più della metà della popolazione – 32,8 milioni di persone – vive proprio in questi centri. Il 77% degli italiani, oltre 45,5 milioni, risiede in comuni con meno di 100.000 abitanti. La sanità del futuro, dunque, non può che essere una sanità di prossimità.
Al primo stadio, i rapporti sono chiari: un medico di base ogni 700 abitanti, un infermiere di comunità ogni 350, un pediatra ogni 500 under 14. Applicando questi parametri all'intero territorio nazionale, si raggiungono le 17.489 microaree, per un totale di 85.223 medici di base e 170.425 infermieri di comunità distribuiti capillarmente. Un esempio su tutti: la Lombardia avrebbe 14.326 medici e 28.651 infermieri; la Campania 8.161 e 16.321.
Ogni USL da 30.000 abitanti avrà un organico di 1.053 unità. Moltiplicato per le 2.024 USL previste, si arriva a 2.131.272 operatori solo per la medicina territoriale, pari al 3,6% della popolazione italiana. La composizione è minuziosa: 717 operatori per la medicina primaria, specialistica, anziani e disabilità (di cui 43 medici di base e 86 infermieri di comunità); 81 per la salute mentale; 36 per l'area materno-infantile; 45 per l'area igienico-sanitaria; 96 per l'emergenza-urgenza; 78 per l'amministrazione.
Ogni USL disporrà di 18 strutture fisiche: 6 poliambulatori, 6 strutture polivalenti per anziani e disabilità (70 posti letto ciascuna), 3 consultori con centro antiviolenza, una casa rifugio (8 posti), una casa accoglienza per minori problematici (10 posti) e una casa accoglienza per malati psichiatrici. Sul territorio nazionale, oltre 36.000 strutture pubbliche capillari.
Al terzo stadio, i 530 ospedali di zona avranno un organico di 818 unità ciascuno, con reparti che coprono tutte le emergenze: Pronto Soccorso (50), Diagnostica per immagini (63), UTIC (37), Stroke Unit (37), Anestesia (37), Chirurgia d'urgenza (37), Ostetricia (55), Dialisi (38), Sala operatoria (42), Degenza psichiatrica (37). Ogni ospedale di zona è raggiungibile entro 45 minuti, la "golden hour" che salva la vita.
Al quarto stadio, i 68 ospedali ad alta specializzazione avranno un organico medio di 3.161 unità ciascuno, per un totale di oltre 212.000 operatori. La dotazione include: Emergenza (394), Diagnostica per immagini (255), Pediatria (229), Neurologia (182), Cardiologia (155), Chirurgia generale e specialistica (445), Medicina (605), Trapianti d'organo (40), 360 posti letto con sale operatorie. Un organico che consente di fare tutto, senza emigrare in un'altra regione.
Il governo del Servizio è affidato ad un confederalismo democratico sanitario. Ogni stadio ha organi assembleari ed esecutivi, composti da rappresentanti – non delegati – che durano in carica un anno e possono essere sfiduciati. La regola è l'equilibrio tra medici e professioni sanitarie (1:1), con la presenza garantita di cittadini, studenti e Comuni.
Al primo stadio, la microarea si autogestisce attraverso un Consiglio territoriale composto da tutti i suoi operatori (circa 15 persone). Al secondo stadio, l'USL ha un Consiglio Generale mediamente di 50 membri e un Comitato Esecutivo di 5 (2 medici di sanità pubblica, 3 rappresentanti delle professioni sanitarie). Al terzo stadio, l'ospedale di zona ha un Consiglio Generale di circa 75 membri e un Comitato Esecutivo di 10 (5 medici di sanità pubblica, 5 rappresentanti delle professioni sanitarie). Al quarto stadio, l'ospedale di alta specializzazione arriva a 85 membri, con un Comitato Esecutivo di 16 (8 medici di sanità pubblica e 8 rappresentanti delle professioni sanitarie). Per tutte le figure professionali è istituito il ruolo unico, che abolisce le gerarchie tradizionali.
Il cuore del nuovo Servizio è la gratuità totale e incondizionata. Visite, esami, farmaci, prevenzione, assistenza domiciliare, salute mentale: tutto gratuito. Le farmacie entrano a far parte del Servizio, con piena gratuità di tutti i farmaci. L'obiettivo è azzerare le liste d'attesa, grazie a un organico abbondante e a una rete capillare che interviene subito.
Infine, il progetto dedica una riflessione al concetto di "non sostenibilità" del Servizio. La vera insostenibilità è quella del modello attuale, che definanzia la sanità pubblica per rendere inevitabile il ricorso al privato. Il Servizio Universale alla Salute è un progetto scritto nei dettagli, calibrato sui numeri reali del paese, basato sulle migliori esperienze storiche – dalla legge 833 del 1978 al modello di Trieste, dal sistema cubano a stadi al confederalismo del Rojava.
È la dimostrazione che un'altra sanità è possibile. Il Quaderno di Progettazione Tecnica che uscirà a marzo 2027 sarà il manuale per costruire, insieme, il futuro della cura in Italia e nel mondo.